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domenica 17 aprile 2016

Moneta e aggregati monetari


Liquidità: troppa o troppo poca?

Ci si chiede se il contante, la moneta liquida, che circola di mano in mano negli scambi, possa essere sostituita da qualcosa di diverso che ne riduca l’impiego a favore di altri strumenti di credito e debito, senza che ciò alteri il comportamento di un sistema economico.
La risposta parrebbe, ovviamente, positiva secondo il sentire comune e in base all’esperienza, ormai diffusa, dell’impiego di strumenti come carte di credito e di debito. Pertanto, parrebbe logico che, se ciò è possibile nella vita di tutti i giorni, si possa ulteriormente estendere questa pratica in modo da ridurre il più possibile il circolante.
L’elemento decisivo per comprendere gli effetti dell’impiego dei sostituti di moneta liquida, costituenti particolari tipi di aggregati monetari, è costituito dalla scadenza temporale del debito associato a tali strumenti.

Tale scadenza caratterizza, in sostanza, il grado di liquidità dello strumento monetario impiegato. Più breve è la scadenza, tanto più liquido è lo strumento monetario impiegato. In particolare, la moneta legale è lo strumento più liquido perché non presenta alcuna scadenza, poiché estingue il debito in maniera istantanea, all’atto stesso dello scambio. Al crescere della scadenza del debito si riduce il grado di liquidità e gli aggregati monetari iniziano a essere associati a un sottostante che rappresenta una vera e propria attività economica. Non solo, quando la scadenza temporale aumenta serve dell’altro: servono garanzie e, in definitiva, informazione su come evolve il debito.
Moneta legale
Moneta legale

La tendenza attuale è di identificare la moneta con diverse forme possibili di aggregato monetario. Si passa così dalla base monetaria definita come M0, ad altri tipi sempre più complessi, M1, M2, M3, M4 comprendenti anche i depositi e, poi, obbligazioni e via dicendo, fino ad arrivare ad aggregati monetari molto illiquidi, in quei Paesi dove si vive solo di debito privato. In questo modo, la definizione di moneta è, per così dire, sfumata e indefinita. Se si chiede, di primo acchito, a un economista che cos’è la moneta, ci si sentirà rispondere «quale moneta?». E ciò perché non si distingue quel che è realmente moneta da quel che è, invece, un’altra cosa: un tipo ben definito di attività economica. S’identifica, quindi, con moneta ciò che è associato a un credito o a un debito.
Per sciogliere questo nodo concettuale occorre, quindi, una definizione più precisa di quel che è realmente la moneta; nella visione attuale, ciò è possibile solo ricorrendo al concetto di aggregato monetario che tende aggregare cose che possono essere, tra loro, molto diverse. Occorre, infatti, discernere e scorporare dal concetto moneta quel che, in realtà, è attività economica. Per giungere a ciò, occorre osservare, innanzitutto, che ogni attività economica nasce sempre dalla formazione di un debito. E associato a un debito c’è sempre un credito; ed è su questa particolare interazione tra debitore e creditore che occorre indagare, poiché sono gli stati cui accedono queste due figure a comportare criticità causate da indeterminazione e incertezza.
Il creditore è una figura che, comunque la si voglia definire, sta mobilitando liquidità in proprio possesso verso una forma di attività che diventa illiquida perché, per un certo tempo, obbliga il creditore ad allontanarsi dalla liquidità detenuta. Il creditore sostituisce la propria liquidità con un titolo, cioè con un contratto nel quale sono definiti tutti gli oneri del debitore e, tra questi, c’è il tasso d’interesse, ossia il principale motivo per il quale egli sta smobilitando liquidità: ottenere altra liquidità. Il tasso d’interesse, se il creditore non è un tonto, non può essere inferiore alla probabilità che il debitore ha di fallire e di non onorare il contratto stipulato col creditore. In caso contrario, il creditore non presta e preferisce immobilizzare la propria liquidità; a livello aggregato, quando ciò avviene, si manifesta trappola della liquidità.
La probabilità che ha il debitore di onorare il contratto dipende solo in parte dalla sua bravura o, come si dice oggi, dalla sua produttività, perché tale probabilità dipende anche dalla quantità di moneta, cioè dalla liquidità, che il debitore può recuperare negli scambi generati dalla propria attività. Se immaginassimo, per un attimo, che la liquidità sia acqua, è evidente che nessun debitore, per quanto sia bravo e produttivo, ha qualche probabilità di successo se opera in una zona desertica. In questo caso, nonostante i suoi sforzi, non potrà mai restituire l’acqua che gli è stata prestata, più il qualcosa in più che è l’interesse, perché per avviare la propria attività, dovrà cedere il liquido ricevuto, in occasione del prestito, anche ad altri (fornitori e prestatori d’opera). Costoro, in un deserto, sono orribilmente assetati e, molto difficilmente, gliela restituiranno in cambio di qualcosa che lui gli offre, perché lì questa cosa liquida ha un valore molto alto. Il debitore ha, invece, molte più probabilità di successo se egli si reca in un posto dove c’è molta acqua, quand’anche non sia particolarmente bravo e produttivo.
La moneta deve essere, perciò, qualcosa che permetta in un tempo contenuto, compatibile con lo svolgimento delle attività produttive del debitore, di poter essere recuperata per consentire la restituzione al creditore e l’estinzione del debito. È moneta ogni garanzia fornita da una figura autorevole indiscussa e indiscutibile – la diremo sovrana – e da questa emessa e fatta giungere tramite i canali monetari istituzionali, in ogni parte del sistema, in modo da permettere a chi la detiene di cancellare ogni forma di debito dopo uno scambio, in un tempo breve, tale da non comportare la necessità d’informazione aggiuntiva su come evolve il debito. 
Se il debito non può essere estinto, le cause sono o che il debitore è un incapace o che nel sistema economico, o in una sua parte, non c’è moneta a sufficienza. Fin quando si ragiona in termini microeconomici, secondo cioè una logica aziendale, la prima possibilità è la più accreditata perché, a livello micro, una singola azienda non può mai alterare efficacemente la moneta circolante, poiché non confrontabile con l’insieme aggregato.
Se, però, il ragionamento è svolto facendo riferimento a un sistema aggregato, le cose cambiano radicalmente perché diventa molto meno probabile che tutti siano improduttivi e svogliati. È, invece, molto più probabile che l’attività economica, quindi la produttività, sia contratta perché non c’è sufficiente moneta circolante in una parte consistente del sistema economico. Cioè manca moneta che possa essere recuperata per estinguere il debito che, ora, va, sempre a livello aggregato, ricontrattato e dilazionato sempre più nel tempo, introducendo titoli e forme sempre più complesse di gestione del debito associato al sottostante. Questi titoli vorrebbero affiancare la moneta, ma manca loro una proprietà fondamentale: la capacità di estinguere del tutto il debito, che, invece, permane. In questo caso, gli stati cui accedono i debitori e i creditori si modificano: i debitori possono fare sempre meno cose; in primis richiedere altri finanziamenti; i creditori sono obbligati o a svendere i contratti di credito (i titoli), magari impacchettandoli in forme più appetibili per investitori meno accorti, più spregiudicati o ingenui, come le cartolarizzazioni (o una Bad Bank), o a un’affannosa e continua richiesta d’informazione su come evolve il debito.
Il progressivo affiancamento e sostituzione delle forme monetarie più liquide, come moneta legale amplificata dalla velocità di circolazione e pagamenti tramite titoli di deposito in un tempo ristretto, con aggregati monetari sempre meno liquidi, comporta un allungamento del tempo in cui il debito si estingue. Questo maggior tempo richiesto per estinguere il debito indica che, nel sistema economico aggregato, si sta progressivamente sostituendo qualcosa che sarebbe in grado di regolare il sistema con rapidità, cioè una variabile di stato del sistema, con qualcosa che, invece, dipende dall’evoluzione del sistema stesso. Si riguardi, allo scopo, il primo principio dell’economia dinamica:
variazione di moneta circolante = liquidità – crescita. 
Si vede che la moneta circolante, in sostanza la ricchezza, si contrae quando aumenta la crescita delle attività, tra queste il capitale finanziario, ed è stabile o, peggio, si riduce la liquidità. Mentre la moneta, se emessa correttamente tramite il giusto canale monetario, e la preferenza per la liquidità, cioè la propensione al risparmio, determinano congiuntamente lo stato del sistema, la crescita delle attività finanziarie non determina univocamente quale sarà lo stato finale del sistema economico. Ciò, perché l’effetto della crescita non può essere disgiunto dal modo in cui varia la liquidità, cioè il livello di domanda, e, alla fine, gli effetti complessivi dipendono dal modo in cui evolve la dinamica tra domanda e offerta. In particolare, il livello di domanda risente fortemente del modo in cui le unità del sistema attuano il risparmio, influenzato dalla preferenza per la liquidità, tanto più forte quanto minore è la liquidità presente. Nell’esempio dell’acqua visto sopra, tanto più le persone sono assetate, tanto più difficilmente essi cederanno la propria acqua. Se è alta la propensione al risparmio, rispetto a quella al consumo, le attività finanziarie cresceranno ulteriormente e anche la liquidità presente si contrarrà ancora, perché vi sarà ancora più debito.
Un sistema economico concepito in modo da contrarre il circolante è, così, destinato ad avvitarsi in una spirale di debito crescente e con scadenze sempre più dilazionate nel tempo, se manca, in qualche parte del sistema complessivo, emissione di moneta che permetta di estinguerlo per tempo. Questa emissione di moneta potrebbe provenire dal canale monetario delle banche che, però, può trovarsi in condizioni di trappola della liquidità se nel sistema c’è troppa poca moneta, dal canale monetario estero delle esportazioni che può essere bloccato o, peggio, fonte di deflusso monetario se il sistema è in deficit commerciale. Infine, l’unico canale monetario che potrebbe intervenire discrezionalmente, affrontando i problemi insiti nella dinamica creatasi, è quello del Tesoro; ma questo è inservibile se bloccato da vincoli di bilancio pubblico, attuati proprio per contrarre la liquidità. È quindi evidente che una condizione di depressione di un sistema economico ha come causa la contrazione della liquidità, quindi del livello di domanda, se vengono a mancare i giusti canali monetari in grado di mantenere un corretto flusso nel percorso della moneta.
Paradossalmente, questa situazione è auspicata anziché evitata, perché la contrazione della liquidità è attuata, secondo l’attuale concezione economica, con il duplice scopo, da un lato, di rendere competitivo un sistema economico, per porsi in una posizione di vantaggio commerciale, dall’altro lato, per aumentare il Prodotto Interno Lordo, cioè attuare comunque una crescita delle attività produttive e, conseguentemente, di quelle finanziarie, secondo il presupposto che, nel lungo periodo, dovrà comunque verificarsi l’equilibrio macroeconomico generale. Il risultato finale è che, per l’attuale visione economica, la liquidità è sempre troppa, mentre, in realtà, è troppo poca affinché i sistemi economici abbiano adeguata stabilità e non siano soggetti a crisi ricorrenti.



1 commento:

Corrado Fedrizzi ha detto...

Ho letto il libro di Buzzanca.
Pur non possedendo per intero la strumentazione matematica necessaria a comprenderne tutti i passaggi formali, sul piano del ragionamento economico (e sociale) le conclusioni cui giunge appaiono non solo interessanti, ma estremamente coerenti ed in grado di dare una spiegazione razionale agli avvenimenti degli ultimi decenni.
Si potrebbe (senza particolare sforzo) ipotizzare che le tensioni internazionali che oggi stiamo vivendo rappresentino, almeno in parte, la ricaduta di politiche economiche quasi solo competitive, tali da modificare gli "osservabili" che determinano il sistema.
Trovo estremamente stimolante (in quanto basato sull'osservazione della realtà, prima che sulla modellazione teorica) l'approccio dell'economia dinamica.